Stefano Caldirola docente di storia dell’Asia meridionale, in dialogo con Alfio Sironi.
In molte civiltà i fiumi hanno rappresentato e rappresentano un importante fattore nella definizione di identità, tradizioni, miti e simboli etnici e nazionali.
La civiltà indiana non è un’eccezione: le prime città nel Subcontinente sorsero attorno al 2.500 a.C. sulle rive di un fiume, l’Indo, che poi per diverso tempo, e in diverse lingue, servirà da esonimo per indicare lo spazio geografico di un’intera civiltà.
Eppure se consideriamo lo sviluppo del paese nell’epoca tra il IV secolo a C. e il medioevo inevitabilmente il pensiero si concentra su un’altra valle fluviale, quella del Gange.
Proprio sulle rive di questo fiume l’India ha visto la fondazione dei suoi più grandi imperi, la fioritura della propria arte, letteratura e scienze e soprattutto la nascita delle due più grandi e conosciute tradizioni filosofico-religiose autoctone, ovvero l’induismo e il buddhismo.
Non sorprende quindi il legame che gli indiani hanno con la madre Ganga, da noi chiamata fiume Gange, lungo cui sorgono i più importanti luoghi di pellegrinaggio del paese, a cominciare dalla città sacra per eccellenza, l’antica Kashi, oggi Varanasi.
E non può soprendere nemmeno quanto il Gange abbia un ruolo centrale come simbolo della rinascita dell’induismo politico, una tendenza che domina oramai da oltre un decennio le dinamiche politiche nel paese.
Non è un caso che il primo ministro Narendra Modi abbia scelto per tre tornate elettorali consecutive Varanasi come proprio collegio elettorale e che proprio a Varanasi Modi abbia cercato di legare la propria eredità politica a un grandioso, quanto discusso, progetto di riqualificazione delle rive del fiume ad uso e consumo della nuova emergente classe media induista che costituisce la sua principale base elettorale.