Tra cinema e geografia: l’audiovisivo come strumento di ricerca territoriale. Intervista a Eleonora Mastropietro
di Giovanni Gulisano
In quest’intervista vengono anticipati alcuni dei temi di cui Eleonora Mastropietro, Professoressa di Geografia all’Università degli Studi di Milano e documentarista, ci parlerà al Festival di settembre nell’incontro con Aldo Spiniello, in cui verranno analizzati i complessi rapporti tra cinema e geografia.
Eleonora Mastropietro, che nel suo lavoro mette in dialogo questi due mondi, ci ha parlato di quanto possa essere proficuo, ma anche delicato, il rapporto tra cinema e geografia: dall’uso degli strumenti audiovisivi nella ricerca, all’influenza dell’immagine delle città all’interno della cinematografia, del complesso rapporto con le comunità locali, al modo in cui il cinema italiano tende a trattare il paesaggio urbano.
Eleonora tu sei geografa e allo stesso tempo regista di documentari. Come si conciliano queste attività nella tua vita? Quanto si sono influenzate a vicenda? Come hanno fatto a integrarsi?
Inizialmente erano due attività separate che poi progressivamente sono andate a convergere sotto molti punti di vista. Mi sono accorta che quando giravo i documentari avevo uno sguardo da geografo cosicché lo strumento audiovisivo alla fine è diventato uno strumento di lavoro quando faccio ricerca territoriale. Lo uso quando vado sul campo e sono dentro un progetto di ricerca, affiancandolo agli strumenti più tradizionali della geografia come l’intervista, l’osservazione, la cartografia e la mappatura. Per il lavoro di documentario in senso più stretto, la mia attenzione e il mio sguardo non riescono a non concentrarsi sul territorio: anche raccontando storie di persone non posso fare a meno di guardare il contesto territoriale. In questo modo, le due attività si sono sempre più avvicinate e in più negli ultimi anni ho anche iniziato a introdurre lo strumento audiovisivo nella didattica, proponendo ai miei studenti di geografia una pratica di lavoro alternativa che penso sia molto efficace.
Potresti parlarmi dei vantaggi e degli svantaggi dell’utilizzo della pratica audiovisuale nella ricerca? Come valuti i pro e i contro di questo approccio?
Purtroppo di svantaggi ce ne sono svariati: innanzitutto è una pratica che richiede una competenza tecnica e di linguaggio specifica, altrimenti il risultato può essere manchevole. Se non si sanno usare gli strumenti audiovisivi in modo efficace il lavoro può risultare complicato e poco proficuo. Purtroppo la correttezza del linguaggio audiovisuale viene spesso tralasciata in nome di una maggiore importanza del contenuto e questo secondo me non va bene, perché la forma è essa stessa contenuto. Ti faccio un esempio: nessuno accetterebbe mai un testo sgrammaticato seppur concettualmente interessante, penso che vada data la stessa importanza al linguaggio dell’immagine. Un altro svantaggio è senza dubbio la strumentazione, che può essere pesante e scomoda da trasportare, inoltre la visibilità dell’attrezzatura può essere un problema in certe situazioni, rendendoti immediatamente riconoscibile. Anche se in altri casi questa visibilità può diventare un vantaggio: la presenza di strumentazione può attrarre e facilitare le relazioni con le persone che vivono il luogo, senza contare che essere lì con un’attività pratica da svolgere ti fa scendere dal pulpito del professore mettendoti sul piano della realtà, rilassando non di poco la relazione con l’interlocutore.
Nessuno accetterebbe mai un testo sgrammaticato seppur concettualmente interessante, penso che vada data la stessa importanza al linguaggio dell’immagine.
Ancora un altro svantaggio per me è la responsabilità etica: produrre immagini è come portare via qualcosa dal luogo, molto più consistente di una descrizione di sole parole, a volte in questo lavoro mi sento quasi come un ladro, che prende qualcosa e poi fugge via. Anche i vantaggi però sono parecchi: l’audiovideo consente di creare un patrimonio di materiale che può essere riutilizzato in molti modi, e le immagini possono diventare uno strumento di racconto forte e immediato, molto più di quanto lo sia uno scritto scientifico che è utile agli addetti ai lavori ma sterile al di fuori della propria nicchia. Le immagini possono contenere un potenziale di racconto che sfugge anche dal controllo dell’autore, rendendo il filmato un’entità autonoma che va oltre la volontà di chi lo realizza.
Un’immagine da “Montanario” (2023)
Come docente di geografia all’università, ritieni che la pratica audiovisiva possa essere efficace anche nella didattica?
Sicuramente! La pratica audiovisiva impone di pensare al risultato finale e al processo che si vuole realizzare, il che richiede disciplina e pianificazione. Ho sempre constatato che negli studenti innesca un forte desiderio di fare e un entusiasmo che va oltre la semplice ricerca sul campo, loro sembrano apprezzare particolarmente questo approccio che risulta più stimolante e coinvolgente.
A cosa è dovuto il loro entusiasmo? All’utilizzo dell’immagine o ci sono altri fattori?
L’entusiasmo deriva certamente dall’immagine ma credo proprio che sia anche lo svolgere un’attività pratica in sé. Quando gli studenti guardano attraverso un obiettivo sono costretti a concentrarsi e a focalizzare l’attenzione, cercando gli elementi significativi che vogliono raccontare nel paesaggio, ritagliandoli al suo interno per costruire un’immagine. Questo esercizio li aiuta a uscire dalla distrazione e a cercare l’inquadratura che meglio racconta un luogo. La pratica audiovisiva genera entusiasmo e dà anche un risultato tangibile, il che è molto gratificante.
Posso ipotizzare che nell’immagine si possano scoprire elementi ulteriori anche durante la fase di post-produzione?
Assolutamente sì, Il montaggio può rivelare connessioni e significati nuovi tra elementi che sembravano separati e indipendenti. La giustapposizione di immagini, forme e paesaggi può creare un significato terzo che va al di là delle intenzioni iniziali. Il montaggio sintetizza ragionamento e scrittura e può portare a scoperte inaspettate. Come hai detto tu, l’immagine è più potente di noi ed è densa di elementi che spesso non siamo in grado di cogliere immediatamente.
La giustapposizione di immagini, forme e paesaggi può creare un significato terzo che va al di là delle intenzioni iniziali.
Parlando di rapporto con il paesaggio, tu come scegli l’ambientazione di un documentario? Qual è il processo che ti porta a decidere dove girare?
La scelta dell’ambientazione di un documentario per me spesso è qualcosa di casuale. Puoi avere in testa tanti progetti e storie che non realizzi mai e magari, mentre stai seguendo altre tappe del tuo percorso, l’occasione ti si presenta in maniera assolutamente inaspettata e può diventare il punto di partenza per un progetto. Per esempio il lavoro che abbiamo svolto sulla Funivia del Monte Bianco è nato da una circostanza fortunata. Io non sono un’appassionata di montagna, ma durante la proiezione di un progetto alla stazione intermedia ho preso la funivia e ho capito che quello era un luogo che valeva la pena raccontare. Se non fossi stata lì, probabilmente non avrei mai scoperto quel luogo e non avrei realizzato Montanario (2023).
Il cinema italiano tende più spesso a raccontare luoghi ameni e remoti piuttosto che le città, o quando lo fa spesso si appoggia a rappresentazioni stereotipate, indagando sempre un numero limitato di centri urbani già celebri costruendogli attorno un’aura prevalentemente celebrativa.
Come influenzano i documentari e la filmografia la nostra visione della città e degli spazi urbani?
Questo è un tema gigantesco. Io quando dedico una lezione all’argomento parto da questa considerazione abbastanza banale: il cinema e la città contemporanea industriale sono nati assieme. La storia del cinema ripercorre la storia della trasformazione della città, non si può fare a meno di pensare ai fratelli Lumière e ai loro corti: quando guardiamo la celebre ripresa dell’uscita dalle fabbriche ci dobbiamo chiedere se stiamo assistendo alla nascita del cinema o della città industriale che sta alla base dell’urbanità contemporanea.
La relazione tra cinema e città è profonda e reciproca, oggi molti architetti si definiscono influenzati dalle immagini cinematografiche e a sua volta una vasta parte di cinematografia mette al centro l’immagine e l’architettura della città. Senza contare che negli ultimi vent’anni anche in Italia sono nate forme di finanziamento allo scopo di utilizzare lo strumento filmico come mezzo per la promozione dei territori, per amplificare e moltiplicare le immagini di un luogo sugli schermi cinematografici e non solo.
Tuttavia, noto che il cinema italiano tende più spesso a raccontare luoghi ameni e remoti piuttosto che le città, o quando lo fa spesso si appoggia a rappresentazioni stereotipate, indagando sempre un numero limitato di centri urbani già celebri costruendogli attorno un’aura prevalentemente celebrativa. Sarebbe interessante indagare ulteriormente questo nodo e capire perché il cinema nostrano abbia difficoltà a raccontare l’ambiente urbano contemporaneo in modo autentico.
Il tuo ultimo film, Cianuro (2024), racconta appunto di un territorio poco rappresentato, dico bene? C’era la volontà di contrastare una narrazione stereotipata?
Il progetto di Cianuro è nato da una ricerca e racconta la storia di un territorio interno, la Basilicata negli anni ‘70 però guardandola dalla prospettiva di oggi, mostrando la tensione tra la forma rurale e tradizionale del territorio e il desiderio di modernità e urbanità. È una storia che esplora la voglia di connessione di questi territori, che spesso sono rappresentati in modo stereotipato come luoghi idilliaci o abbandonati. In realtà, anche questi luoghi vivono nell’oggi e hanno contraddizioni e desideri di modernità. Una parte del cinema italiano spesso si accomoda in queste rappresentazioni mitiche del mondo rurale, ma credo che sia importante mostrare la complessità di questi territori.
Io vivo con ansia l’idea di finire il lavoro e poi andarmene, perché sento che sto prendendo qualcosa dalle persone che ho incontrato e filmato.
Prima avevamo parlato della curiosità che suscita la strumentazione audiovisiva nella popolazione circostante di un luogo, mi parli del rapporto che si instaura con la comunità locale? Ci sono dei conflitti o è generalmente vista come una cosa positiva?
Il lavoro su una zona può durare anche diversi anni, quindi la relazione con la comunità locale deve essere fondamentale. Le persone devono fidarsi di te e darti accesso ai luoghi, per questo costruire un rapporto è essenziale. Capita anche che il progetto duri più a lungo di quanto le persone si aspettino e può succedere che siano convinte che tu abbia già finito quando in realtà ti manca ancora tanto, i tempi sono relativi e si può correre il rischio di mettere alla prova la pazienza di qualcuno. Può anche accadere che le persone con cui hai lavorato diventino parte della tua vita anche dopo la fine della realizzazione del progetto e ti accompagnino in successive proiezioni del prodotto realizzato, perché non sono rimaste passive a farsi riprendere ma sono diventate parte del processo. Io vivo con ansia l’idea di finire il lavoro e poi andarmene, perché sento che sto prendendo qualcosa dalle persone che ho incontrato e filmato. È un rapporto complesso, ma fondamentale per il successo del progetto.
Può succedere che la comunità coinvolta non apprezzi il prodotto finito, magari non riconoscendo il luogo e se stessa all’interno del progetto?
Sì, assolutamente. È un rischio che esiste sempre. Può succedere che sia il regista o chi per essi a non riuscire ad avere la capacità di spiegare con chiarezza e completezza il proprio obiettivo finale, oppure può succedere che siano le popolazioni locali e le istituzioni che le rappresentano a proiettare un’aspettativa rispetto a un lavoro di documentazione del luogo in contrasto magari con l’immagine che ha in mente il regista. Credo però che se si è onesti con le persone con cui si lavora, questo tipo di problematiche possano essere risolte. Un altro livello di difficoltà inoltre si incontra nei rapporti con gli apparati politici e amministrativi, anche se non stanno finanziando direttamente il progetto può succedere che non apprezzino che vengano inquadrati e ripresi determinati elementi dei territorio, anche solo per esempio una piazza o una via considerate esteticamente sgradevoli. Questo può essere un ostacolo non da poco perché magari per la finalità del progetto quella piazza considerata sgradevole invece per gli addetti ai lavori è un elemento centrale e imprescindibile. Secondo me è importante confrontarsi con chi vive quel luogo e mostrargli il lavoro che stai svolgendo. Una forma attiva di confronto può darti un feedback diverso e indirizzarti verso altri punti di vista ed elementi interessanti che stavi cercando.
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