di Carlotta Girasa

Il 15 gennaio 1984, il fotografo Luigi Ghirri inaugura a Bari una mostra fotografica con le opere di alcuni dei più importanti fotografi italiani del tempo. Il tema era il paesaggio italiano, ma non quello delle cartoline: un paesaggio mai rappresentato prima, un paesaggio quotidiano, spesso provinciale, periferico. Il titolo dell’esposizione e del catalogo che ne seguì era “Viaggio in Italia”. In questa intervista Matteo Balduzzi, fotografo che sarà ospite durante la settima edizione del Festival, ci spiega come quella di Ghirri sia stata, ed è ancora oggi, un’operazione culturale fondamentale. Un progetto “fragile, ma allo stesso tempo solido”, nato da una serie di fortunate coincidenze, e meritevole della ristampa del libro nel 2024.

Matteo, cos’è “Viaggio in Italia”, quale Italia racconta? Perché è considerato il manifesto della Scuola Italiana di paesaggio?

Matteo Balduzzi

Viaggio in Italia è una mostra ideata da Luigi Ghirri, realizzata insieme a Gianni Leone e Enzo Velati, e inaugurata poco più di 40 anni fa a Bari, il 15 gennaio del 1984. Raccoglie le opere di 20 fotografi ed è una mostra collettiva che, come dice il nome, racconta il paesaggio italiano.

Racconta un paesaggio a quel tempo completamente nuovo, non perché inesistente, ma perché non rappresentato: racconta un paesaggio che è il paesaggio del quotidiano, dei luoghi normali, non spettacolari, racconta molto la provincia, le periferie. Queste parole, provincia, periferia, non sono solo delle parole geografiche, sono anche delle parole psicologiche: le periferie non sono soltanto qualcosa di fisicamente lontano, ma sono proprio delle periferie dello sguardo. In modo consapevole, il titolo “Viaggio in Italia” da un lato ci racconta che questo è un viaggio in quest’Italia marginale, diversa, dal famoso viaggio in Italia dell’Ottocento, dove tutti i nobili, poeti, scrittori, pittori venivano nel Bel Paese per vedere le meraviglie del paesaggio italiano, Roma, Venezia, Napoli, Capri. Viaggio in Italia si distingue quindi rispetto a quest’altro viaggio così aulico, retorico, denso di rappresentazioni, che aveva dominato l’idea di paesaggio fino a quel momento. Questo titolo, in modo consapevole, ribalta un po’ quest’idea di Italia, fotografando un’Italia diversa, un’Italia che sta in mezzo, che sta fra questi luoghi più celebrati e più visti. Non è un’Italia non vista, perché la maggior parte delle persone vivono in questi paesaggi, semplicemente, prima che venissero raccolti in questo libro non si riteneva che questi luoghi fossero degni di rappresentazione, non si riteneva fossero belli. L’operazione di Ghirri comporta quindi una rivoluzione vera, perché questi luoghi compaiono per la prima volta in immagine.

Ghirri in realtà in questo libro non produce niente di nuovo, il viaggio in Italia non è stato inventato da Ghirri in quel momento: Luigi Ghirri ha raccolto fotografi che già da 5-6 anni facevano questo tipo di ricerche. Ciò è interessante e vuol dire che nella sensibilità della fotografia italiana di quegli anni cominciavano a maturare alcune ricerche di questo genere sul paesaggio. Ghirri semplicemente le ha raccolte, dando più forza ai singoli percorsi, e per questo è diventato un manifesto, perché ha raccolto venti autori che improvvisamente sembravano lavorare tutti su quel tema in un modo quasi coerente. In realtà i singoli autori sono molto diversi tra di loro e in seguito hanno preso anche carriere diverse, ma una certa sensibilità, una certa attitudine li accomunava. Questa è stata la grandezza della riflessione di Luigi Ghirri.

L’ultima cosa importante da dire è che in quegli anni la fotografia per il senso comune, ma anche la fotografia istituzionale, era quella di reportage: l’altro grande salto che fa Viaggio in Italia dal punto di vista del linguaggio è tornare a una pura fotografia di paesaggio in cui non succede niente. La fotografia di reportage è invece caratterizzata dall’evento, l’immagine che spacca, la copertina, la narrazione; al contrario, in questa fotografia non succede niente, c’è un’immagine sospesa. Per questo motivo nel mondo della fotografia tale lavoro era stato spiazzante. In più, la maggior parte delle fotografie sono a colori, cosa che fino a quel momento era sempre stata caratteristica della fotografia commerciale, mentre la fotografia d’arte era in bianco e nero. Viaggio in Italia è fatto prevalentemente a colori, quindi dal punto di vista della fotografia, del linguaggio c’è una spaccatura veramente molto forte col mondo del fotogiornalismo e dell’istante decisivo; Cartier-Bresson, Doisneau, Magnum, tutti i miti della fotografia vengono in qualche modo messi in crisi da questo progetto. 

Originale è anche la partizione del libro: delle pseudo-categorie suddividono il libro e mescolano le immagini di autori diversi. Non sono ordinati per autori. Questo è senz’altro un gesto molto forte. Ghirri, quando fa questa mostra, assume il ruolo di curatore e lo fa in modo anche molto nuovo. In quegli anni, avere un libro in cui colore, bianconero, verticale, orizzontale, autori diversi sono mescolati in un modo così libero, non è raro, è unico! Negli ultimi dieci anni possiamo vedere un modo così libero di trattare le immagini, ma in quel momento le mostre erano fatte per autore, per tema. Questo libro prefigura molte teorie recenti sul visuale, su quanto le immagini abbiano una loro libertà, una loro agency. Anche la mostra è stata fatta nello stesso modo. Questo fatto è un unicum, perché, quando abbiamo cominciato a lavorarci, abbiamo provato a rivedere per autore le immagini di Viaggio in Italia: non funziona, viene fuori qualcosa che non c’è. 

Questo progetto è proprio nato da un momento particolarmente fortunato di circostanze. In più, Viaggio in Italia non è fatto per fare un progetto, ma raccoglie, anche con una certa libertà, anni di fotografia, come una riflessione quasi sedimentale. Non è un progetto di documentazione, è un progetto dichiaratamente artistico. È una sorta di magica interazione, di magico incontro fra autore e paesaggi.

Poi Ghirri si è molto preoccupato di avere tutta l’Italia, perché dava forza al progetto. 

In un nuovo progetto così, dal puro punto di vista del linguaggio, non c’era bisogno di avere tutta l’Italia per fotografare un angolo di una casa diroccata. La maggior parte di questi luoghi possono essere dovunque, ma avere tutta l’Italia dava una forza al progetto. Per questo dicevo prima che è un progetto molto delicato, ma in realtà è anche consapevolmente forte. Una delle pochissime immagini in cui c’è un luogo famoso rappresenta i faraglioni di Capri. Questa fotografia è famosissima, però i faraglioni hanno davanti una balconata e un cannocchiale. Questa immagine ci dice che noi non stiamo guardando i faraglioni: stiamo guardando la rappresentazione dei faraglioni e che tutte le volte che li guardiamo, noi stiamo guardando le infinite rappresentazioni dei faraglioni che ci sono state prima. E questa è una chiave per leggere anche tutto il resto del libro. Noi ci misuriamo, o per analogia o per distanza, con tutte le rappresentazioni che sono state fatte prima. 

Perché a quarant’anni dalla prima e unica edizione si è deciso di ristampare questo volume? Cosa rappresenta oggi?

La mostra “Viaggio in Italia” è inaugurata nel 1984 a Bari, una mostra importante con 300 fotografie. Tra l’altro l’ultima presentazione del libro ufficiale l’abbiamo fatta proprio a Bari, alla Pinacoteca Provinciale dove è nato tutto.

In seguito, la mostra è stata portata in giro per l’Italia, come Genova, Roma, forse anche per l’Europa, e probabilmente a quella mostra sono seguiti altri progetti collettivi, che però non hanno mai avuto la forza di Viaggio in Italia. Se non ci fosse stato il libro, molto probabilmente si sarebbero perse le tracce dell’esibizione. Il libro, quando è comparso, è stato un insuccesso: era un piccolo libro di una mostra periferica fatta a Bari, tant’è che alcuni autori non sono andati a Bari perché non si rendevano conto che sarebbe stato così importante. In realtà, Ghirri lo sapeva; il motivo per cui ha voluto raccogliere venti fotografi e avere tutta l’Italia è perché questo era per lui il completamento di un percorso. Aveva molto chiaro che doveva essere un manifesto, ma l’opinione pubblica e lo stesso mondo della fotografia in quel momento non l’hanno colto. Il libro, che è stato nelle bancarelle come tanti libri di arte, di fotografia, si vede pochissimo, è un libro che è parzialmente scomparso ma che in qualche modo ha tenuto viva la memoria della relativa mostra. Gli autori di Viaggio in Italia sono diventati negli anni successivi i grandi maestri della fotografia italiana, Gabriele Basilico, Guido Guidi, Olivo Barbieri, Vincenzo Castella, Mimmo Jodice; dieci dei grandi nomi della fotografia italiana erano già in Viaggio in Italia.

Nelle scuole di fotografia Viaggio in Italia si è sempre studiato e in quarant’anni, da essere un episodio marginale della fotografia italiana, è diventato una specie di capolavoro, tanto che cinque anni fa costava 3000 euro. L’unico modo per avere l’originale di questo libro, noi ne abbiamo una copia nel museo (ndr. Mufoco, Museo di Fotografia Contemporanea), era comprarlo nel mercato dei collezionisti e costava 2000-3000 euro, era introvabile. 

Così, per i quarant’anni di Viaggio in Italia, abbiamo pensato che la cosa più bella, più giusta, fosse ristamparlo in modo che tutti con 40 euro potessero comprarlo, e lo abbiamo fatto.

Fare il libro non è stato solo ristamparlo; è stato rifarlo. Un libro di 40 anni fa è stato fatto in un clima completamente diverso, con un po’ di “ingenuità”: non c’era un contratto, non c’era un impianto, non c’era una scansione, non c’era niente. Essere riusciti a fare questo libro – è quasi un miracolo – ha significato risentire venti autori o gli eredi.

È stata un’operazione complicatissima e anche molto delicata. Se soltanto uno degli autori o eredi non avesse dato il permesso, non saremmo riusciti a farlo.

Poi è nata anche una nuova mostra, che è stata inaugurata a Parigi;  per quale motivo si è decisa una meta oltreconfine, a differenza della prima mostra del 1984 a Bari?

Per i quarant’anni di Viaggio in Italia, la cosa più significativa, secondo me, per la cultura italiana, era ristampare il libro in modo che fosse a disposizione di tutti in Italia, e poi anche all’estero. La mostra, invece, era già stata fatta negli anni dal museo (ndr. Mufoco, Museo di Fotografia Contemporanea): una prima mostra di Viaggio in Italia fu fatta vent’anni fa e anche dieci anni fa, a Mufoco, in Triennale, e una selezione di fotografie fu esposta presso le Scuderie del Quirinale. Di conseguenza, la mostra si è parzialmente vista in Italia e allora abbiamo pensato che potesse essere interessante far conoscere il progetto all’estero, dove nessuno lo conosceva, quindi Parigi, Londra, Istanbul. Le mostre fatte fino ad oggi, sia quelle qui al museo, che quelle di Parigi, Londra e Istanbul, presentavano le 86 fotografie del catalogo, non erano la mostra originale, che è fatta da 300 immagini, perché non è ricostruibile, non esistendone documentazione. È un lavoro che vorremmo fare nel prossimo futuro.

Ci sono stati dei riscontri positivi? 

Sì, anche se misurare i riscontri di queste operazioni è sempre difficile. Se non fosse un progetto collettivo, sarebbe più facile attirare grazie al nome del singolo. All’estero conoscono Guido Guidi, Gabriele Basilico, Luigi Ghirri (di cui c’è recentemente stata una grande mostra a Lugano), ma Viaggio in Italia è un mito per noi in Italia e all’estero come progetto collettivo non è mai arrivato. Abbiamo cominciato a mettere un tassello. Peraltro, è anche un progetto di 40 anni fa, quindi non è pensabile lanciare questo lavoro come se fosse una scoperta: è un lavoro che guarda al passato. 

A questo proposito, a distanza di 40 anni, considerato che il paesaggio italiano è mutato, è pensabile e sensato ricreare un viaggio in Italia ai nostri giorni con fotografie contemporanee?

Mentre facevamo questa mostra all’estero, in una specie di dialogo ideale, abbiamo fatto un’altra mostra, Veggenti. Nuove ricerche visive sul paesaggio italiano, che esponeva le fotografie di dieci fotografi italiani under 40 sul paesaggio. Ci sembrava un dialogo ideale, un guardare al passato ma allo stesso tempo anche al futuro. Quindi potrei risponderti che l’abbiamo già fatto, ma non è vero, perché, secondo me, quella coincidenza di cui parlavo prima, di paesaggio che cambia, nuovo linguaggio e visione collettiva dell’Italia, non è replicabile. Cioè, mentre oggi si possono fare dei carotaggi parziali, io vedo difficile fare un nuovo Viaggio in Italia

Infatti, c’è un altro problema, ovvero che il progetto è diventato fondamentale dopo.

Quindi quando tu lo fai oggi, dovresti porlo già come una cosa fondamentale: ma chi ti legittima? La forza di questo progetto è stata che era molto delicato, fragile, estemporaneo, ma nello stesso tempo molto solido. Credo che oggi sarebbe difficile, perchè succederebbe una cosa simile a quella che è avvenuta in Francia per La mission photographique de la Datar, dove il governo francese ha chiamato cento fotografi e li ha finanziati per delle fotografie del paesaggio francese, dichiarando dall’inizio di voler fare una nuova grande operazione. Alla fine però, non sai se questa cosa è veramente grande o è soltanto ricca. 

Bisognerebbe pensare che nasca in modo quasi autonomo un altro viaggio in Italia e che fra vent’anni ne riconosceremo l’importanza. Credo sia difficile fare oggi una ricerca che abbia già a priori l’investitura e mi spaventa anche un po’. Questo non significa che non sia possibile andare a rintracciare nei lavori attuali dei discorsi interessanti sul paesaggio.L’ultima strada potrebbe essere fare il viaggio in Italia dei viaggi in Italia: questo tipo di fotografia, che allora era molto nuova, è diventata nel corso degli anni una fotografia che qui in Italia è estremamente diffusa, pure troppo. A un certo punto c’è anche stata una maniera di fotografare, alla Ghirri, alla Basilico, e tale maniera ha prodotto centinaia di ricerche molto belle su punti diversi del paesaggio italiano: queste non sono più nuove, perché c’è un linguaggio simile a quello di Viaggio in Italia, ma non significa che non siano valide. Quindi, non si dovrebbe avere la presunzione di innovare ma si potrebbe fare quasi una sorta di raccolta, di censimento; questa sarebbe la terza strada, fare una sorta di enciclopedia dell’Italia attraverso l’eredità di Viaggio in Italia. Poi diventa anche ambiziosa nel senso che devi fare una mostra di cento progetti. Però è interessante perché quell’attitudine che era sperimentale è poi diventata un fenomeno culturale, con decine di fotografi, se non centinaia, che attraverso quel modo di guardare hanno fotografato altri luoghi. È un fenomeno culturale che nello sguardo italiano, nella fotografia italiana c’è molto.