
di Carlotta Girasa
Dopo aver vissuto in Cina dal 2011 al 2021, il giornalista Gabriele Battaglia ci parla di uno dei fenomeni che, negli ultimi quarant’anni, ha portato alla modernizzazione del paese: l’urbanizzazione. È proprio grazie alla crescita e alla nascita di nuove megalopoli che la Cina, da “civiltà agricola”, è riuscita a portarsi al passo con l’Occidente, affermandosi come potenza mondiale. Questo fenomeno urbano non solo ha avuto effetti sull’economia cinese, ma anche sul tessuto sociale, affermando la nascita del nuovo ceto medio cinese.
In questa intervista inizieremo a prendere familiarità con il fenomeno, che – come dice il titolo dell’intervento che vedrà Battaglia ospite durante la settima edizione del Festival, “Urban China: urbanizzazione con caratteristiche cinesi”, sabato 20 settembre – si distingue da altri processi di urbanizzazione per elementi propriamente cinesi.

Gabriele che dimensioni e che importanza ha avuto il processo di urbanizzazione in Cina?
Il processo di urbanizzazione in Cina è uno dei processi, se non il principale, attraverso cui è avvenuta la modernizzazione del paese negli ultimi 40 anni.
La Cina è sempre stata un paese rurale, una cosiddetta civiltà agricola asiatica, sullo sviluppo agricolo si è basato il suo sviluppo e insieme la sua storia e la sua cultura.
Il primo impero cinese fondava il suo potere proprio sulla maggiore efficienza agricola, superiore a quella dei regni avversari.
Pensiamo anche al ruolo che hanno avuto i contadini nella guerra civile contro i nazionalisti: Mao teorizzava la guerra contadina, ovvero il fatto che i contadini avrebbero dovuto accerchiare le città, sedi dei nazionalisti, soffocandole.
Dalla fine degli anni ‘70, però, il Paese intraprende un percorso diverso, basato sull’industrializzazione attraverso l’afflusso di capitali dall’estero. Da quel momento, l’urbanizzazione è diventata una chiave per comprendere la Cina contemporanea.
Questa urbanizzazione è avvenuta in maniera molto veloce e disordinata, perché è nata dall’esproprio dei terreni dei contadini, che si sono a loro volta riversati nelle grandi città e si sono trasformati da popolazione rurale a proletariato urbano. Non viene meno quel meccanismo prettamente cinese per cui città e campagna hanno due tipi di amministrazione diverse, e che, contrariamente a quanti molti pensano, non è nato in epoca comunista, ma esisteva già precedentemente: chi risiede in campagna, quando va in città, non è un cittadino alla pari di tutti gli altri. C’è questo meccanismo dello hukou, il certificato di residenza, per cui tutta una famiglia nata in un’area rurale, quando va in città non ha gli stessi diritti e servizi della cittadinanza urbana.
Questa massa di contadini, che si riversava nelle città per trovare lavoro nelle fabbriche, ha costituito la forza lavoro a basso prezzo su cui si è basato il vantaggio competitivo della Cina. Di conseguenza, il grande boom cinese basato sulle economie di scala, sull’industrializzazione, sull’esportazione all’estero di merci a basso costo, ha avuto le fondamenta proprio da questo tipo di urbanizzazione, ovvero grandi masse private di servizi e di alcuni diritti elementari, che si riversavano nelle città.
Adesso le cose stanno cambiando perché la Cina non ha più bisogno di produrre a basso costo, ma ha bisogno di consumare i suoi stessi prodotti.
Un altro meccanismo strettamente legato all’urbanizzazione è stata la creazione del ceto medio cinese, la nuova borghesia cinese, creata attraverso la proprietà della casa.
Prima nessun cinese aveva la casa, o meglio, non esisteva la proprietà privata della casa. Intorno agli anni ‘90, le autorità locali hanno reso legittima la proprietà della casa. In quel momento la gente non capiva perché avrebbe dovuto comprare una casa quando ce l’aveva già gratis, essendogli offerta dalla danwei, l’unità di lavoro.
Infatti, nella Cina maoista, se eri un operaio o un contadino nelle comuni popolari, la danwei pensava a tutto, al tuo welfare, alla sanità e anche alla casa.
Sono però riusciti a far comprendere che la proprietà della casa poteva determinare un arricchimento. L’acquisto della casa, moltiplicato per centinaia di migliaia (se non milioni) di cinesi, determinava un aumento dei valori immobiliari, per cui dopo qualche anno, era possibile rivendere la casa, mettere da parte un gruzzolo e magari comprare un’altra casa più bella, più ricca, che a sua volta, dopo anni, cresceva di valore.
Questa massa di contadini, che si riversava nelle città per trovare lavoro nelle fabbriche, ha costituito la forza lavoro a basso prezzo su cui si è basato il vantaggio competitivo della Cina.
Così facendo si è creato, insieme al piccolo ceto medio imprenditoriale, il ceto medio urbano cinese. Per capire il fenomeno, è importante sapere che la casa non è tassata e una volta comprata è possibile lasciarla vuota, non pagando nulla. Le famiglie comprano la casa, ma poi non la abitano, in attesa o di rivenderla o di affittarla a cifre stratosferiche.
L’ultima cosa interessante da dire è che negli ultimi anni il governo cinese ha cercato sempre più di rendere questa urbanizzazione più ordinata, e quindi ha gradualmente espulso buona parte di quei migranti rurali dalle città.
Hanno stabilito che le grandi città, come Pechino (23 milioni di abitanti) o Shanghai (25 milioni di abitanti), erano troppo piene, e hanno iniziato processi di espulsione di massa, radendo al suolo le baraccopoli per creare nuovi complessi immobiliari.
Anche nell’espansione delle città ci sono dei meccanismi del tutto cinesi: mano a mano che la città si ingrandiva e inghiottiva i villaggi circostanti, questi ultimi avevano una loro amministrazione diversa da quella della città della quale ormai facevano parte.
È come se un quartiere di una nostra città, mettiamo Affori a Milano, che era un paese fino agli anni ‘30, nel momento in cui viene inglobato all’interno della città continua a mantenere un’amministrazione separata, rurale. Molti dei contadini che vivevano lì diventavano affittuari di case per i migranti rurali: si creavano così strane costruzioni, per cui dall’originale casa contadina di un piano solo, si attaccavano sempre più pezzi e si creavano quei fenomeni incredibili dei villaggi urbani cinesi, nel mezzo di città dove intorno c’erano grattacieli. Il più famoso è quello di Guangzhou, cioè Canton.
Da quasi quindici anni si parla della creazione di tante città di secondo o terzo livello da far diventare delle città tecnologiche, verdi, dove far convergere parte della popolazione che prima si dirigeva verso le città principali.
Di primo livello sono le città più famose della Cina, seguono le città di secondo e di terzo livello, che hanno 3 milioni e mezzo, 4 milioni di abitanti, di cui ne è esempio Taiyuan, città dello Shanxi. L’obiettivo è ridisporre un’urbanizzazione guidata dall’alto, per riorganizzare i flussi di popolazione e non creare zone deserte, in opposizione a zone densamente abitate.
Sì. Tendenzialmente, o il migrante rurale è riuscito a mettere da parte abbastanza soldi da comprarsi o pagarsi l’affitto per una casa di nuova costruzione; oppure queste nuove abitazioni vengono destinate ai nuovi professionisti urbani.
Quindi in queste aree dove c’erano le baraccopoli non tornano ad abitare le persone che le abitavano, ma persone nuove che abitano la metropoli.
Anche in Cina c’è l’esigenza di attirare le intelligenze, anche dall’estero, seppur quello degli stranieri sia un fenomeno limitato.

I migranti rurali, per quanto riguarda l’integrazione con la città, lavorano solo nell’area in cui si sono stabiliti o hanno anche contatti con le città?
Assolutamente, la città cinese è percorsa da migranti rurali, anche se il termine migranti rurali, mingong, può indurre in errore: i primi migranti rurali, a cavallo tra gli anni ‘70-’80, erano contadini che si inurbavano, a cui era stata sottratta la terra e trovavano impiego come operai in città. Tuttavia, la seconda generazione di migranti rurali non ha mai visto un campo, un orto o un pascolo, pur mantenendo lo status di migrante rurale per il meccanismo dello hukou.
Negli ultimi anni, pur non eliminando il sistema dell’hukou, l’hanno reso sempre meno rigido per cui il tuo datore di lavoro, se vuole, può darti l’hukou urbano. Allo stesso tempo però se hai un reddito sufficiente puoi acquistarlo.
Almeno fino a qualche anno fa, molti migranti rurali non volevano l’hukou urbano: preferivano lavorare in città, dove, con molti sacrifici, accumulavano più denaro possibile, mantenendo un hukou rurale da conservare come piano B per una eventuale situazione di crisi. Oggi però molti, per dare più opportunità ai figli, preferiscono acquistare l’hukou urbano, così da poter aver accesso a scuole, università e professioni migliori.
Il pallino del potere cinese (anche in epoca imperiale) è sempre stato quello di gestire grandi masse e indirizzarle nei posti dove c’erano dei lavori da fare senza riempire altre zone.
Di conseguenza, stanno cercando sempre più di costruire città di secondo, terzo, quarto, quinto livello, a “misura d’uomo”, come dicono loro, dove viene indirizzata tutta questa massa rurale che non serve più, creando anche occasioni di lavoro adatte a questa fascia sociale, che ha tipi di consumi diversi da quelle della città di primo livello.
In città di primo livello, vedi le Ferrari, le Lamborghini, vedi Prada, Armani, mentre nella città di quarto livello c’è la linea di moda di produzione cinese, o le auto elettriche dei campioni nazionali, come la BYD. Questo è un fenomeno rapidissimo, che si è allargato da Shenzhen a tutto il paese: creare queste città a misura d’uomo, dove si sviluppa un nuovo ceto medio che nelle intenzioni e nelle speranze della leadership cinese è anche un ceto medio che consuma, e che consuma cinese, per riattivare un processo di sviluppo economico a prescindere da tutto quello che succede fuori. Quindi è chiaro come l’urbanizzazione sia stata una chiave di tutto lo sviluppo cinese.

Cosa distingue l’urbanizzazione cinese da altri processi di urbanizzazione in altri paesi? Dove si coglierebbero quelle “caratteristiche cinesi”?
Innanzitutto è un processo accelerato nel tempo e enorme dal punto di vista dei numeri.
La Cina diventa un paese urbano per la prima volta nel 2011: nella sua storia plurimillenaria è sempre stata un paese rurale, ma nel 2011, emerge che il 51% della popolazione vive ormai in città. I cinesi prendono l’esempio dell’Occidente, sostenendo che per diventare un’economia sviluppata, bisogna arrivare a livelli di urbanizzazione occidentali, che sono in Europa dell’80% circa, e negli Stati Uniti del 90%. I cinesi copiano e se nel 2011 il tasso di urbanizzazione era del 51%, oggi, non ho gli ultimissimi dati, però credo che siano ormai intorno al 65-70%.
Inoltre, è sempre stato un processo normato dall’alto: la città cinese non è la città spontanea, è la città dell’imperatore che crea le regole interne e anche la struttura urbanistica. Pechino sembra un enorme accampamento militare; l’esempio più simile che noi abbiamo è Torino, strutturata sull’esempio del castro, e Pechino è così. Da qui deriva anche l’architettura tradizionale cinese, lo siheyuan, la casa a corte quadrata, che si colloca in questa griglia di vie. Questa era un’organizzazione che replicava all’infinito la struttura della Città Proibita, nel centro della città, e che era la casa dell’imperatore.
La città cinese non è la città spontanea, è la città dell’imperatore che crea le regole interne e anche la struttura urbanistica
Questa urbanizzazione normata dall’alto, negli anni del boom cinese, è però sfuggita di mano ed è diventata un’urbanizzazione incredibilmente disordinata, dove si sono create da una parte enormi ricchezze immobiliari, dall’altra enormi sacche di villaggi urbani, baraccopoli urbane all’interno della città e da qui i contrasti visivi a cui si assiste quando si visitano le città cinesi.
Ci sono delle città o regioni in particolare che sono state travolte da questo fenomeno? Quali sceglieresti per raccontarlo?
Se devo indicare una città esemplare, l’esempio principe forse è Shenzhen, in origine un villaggetto dietro Hong Kong. Un aneddoto di quando Michelangelo Antonioni ci passò nel 1973 per girare il film Chung Kuo, racconta che il suo cameraman Tovoli, appena entrati in Cina da Hong Kong, ai tempi colonia britannica, corre alla cinepresa per fare delle riprese. Antonioni, considerato il costo della pellicola, lo ferma in quanto riteneva che lì non ci fosse nulla da vedere. Dove non c’era nulla da vedere, oggi c’è una città da 11 milioni di abitanti, città designata come polo tecnologico della Cina, con le sedi di molte tra le più importanti corporation e le grandi università tecnico-scientifiche della Cina. Per esempio la BYD è di Shenzhen, Baidu, Tencent, Alibaba hanno lì i loro grattacieli.
Quindi questo è forse il più grande esempio di città creata dal nulla. In quell’area Deng Xiaoping creò una delle prime, se non la prima, zona economica speciale (ZES), aree in cui a fine anni ‘70, inizio anni ‘80, si cominciava a sperimentare il capitalismo e quindi libertà di impresa, fabbriche, investimenti stranieri, delocalizzazione. Questo ha creato dal nulla una città da 11 milioni di abitanti e adesso le seconde e terze generazioni vanno all’università e diventano un nuovo motore. È stata la prima città dove hanno messo il 5G per esempio.
Shenzhen è forse il più grande esempio di città creata dal nulla
All’altro capo abbiamo le grandi città: Pechino è stata sconquassata dallo sviluppo urbano.
A cavallo tra gli anni ‘90 e i primi anni 2000, per esempio, tutti i quartieri tradizionali (hutong) venivano demoliti per far posto a nuove costruzioni, creando un’enorme sacca di speculazione immobiliare. Hanno poi cercato di dare un freno alla situazione. A Pechino c’erano ricchi cinesi che possedevano magari trenta, quaranta appartamenti (senza neanche sapere bene dove), sintomo del fatto che la casa era diventata un puro oggetto speculativo: ne compravi una, aspettavi che salisse di valore e poi la rivendevi in un mercato che si autoalimentava costantemente.
Qualche giorno fa, c’è stata un’importante riunione di alto livello sull’urbanizzazione e pare che le intenzioni del Partito comunista cinese siano quelle di “frenare”, di non permettere più grandi investimenti immobiliari, ma di puntare al recupero del patrimonio immobiliare già esistente, per fare le città più belle, più vivibili.
Molto spesso quello che decide il potere centrale si trasforma in un’eterogenesi dei fini, perché trovano il modo di aggirarlo. Per esempio, hanno più volte cercato di sperimentare una tassa sulla proprietà immobiliare, ma finora con scarsi risultati. Il primo motivo del fallimento è il ceto medio che si infuria. Con la tassa sull’immobile si rischia lo scoppio di una rivoluzione del ceto medio, cioè di coloro che tirano fuori la propria rendita dal possesso della casa. Il Partito ha il timore di perdere consenso politico.
Il secondo motivo è che, se vogliono sviluppare i consumi interni, il possesso della casa dà capacità di spesa a questo nuovo ceto, aprendo la possibilità all’acquisto di beni made in China.
Il problema in questo momento è riuscire a sganciare l’economia cinese dalla predominanza del settore immobiliare, quindi si procede per tentativi.

Quindi questo ceto medio è diventato la parte preponderante della società, la parte più importante e influente.
Sì, direi proprio di sì, anche se poi è un ceto medio che rischia sempre. La Cina nel 2020 ha dichiarato conclusa la lotta alla povertà estrema: secondo il governo non ci sono più persone che vivono secondo gli standard internazionali con meno di due dollari al giorno. Hanno sollevato 800-900 milioni di persone sopra la soglia di povertà; il problema però è che queste persone pur essendo sopra la soglia, sono sempre a rischio. Quindi il ceto medio cinese, quello vero, è stimabile in 300 o 400 milioni di persone su 1 miliardo e 400 milioni, cifre enormi simili a quelle dell’intera popolazione europea, ma ancora una minoranza all’interno della Cina.
L’obiettivo dell’attuale leadership è quello di far diventare tutti i cinesi ceto medio (per gli standard interni, coloro che vivono con oltre l’equivalente di 10.000 euro/anno).
Ci sono oggi dei piani nazionali di “recupero” delle campagne o delle iniziative promosse dalla popolazione stessa di rivalorizzazione delle campagne che vengono abbandonate?
Negli ultimi 40 anni, la Cina ha seguito politiche di sviluppo rurale ispirate all’idea sviluppista del Partito Comunista. Questi investimenti nelle campagne sono spesso stati superficiali, con sostegni principalmente rivolti a contadini anziani e poveri. Poiché le campagne forniscono il cibo alle città, la strategia si è concentrata a rendere l’agricoltura più efficiente, riducendo il numero di contadini e favorendo la nascita di grandi imprese e agroindustria.
Inoltre, si promuove la riqualificazione delle aree rurali e la creazione di città satellite nelle regioni rurali, dove le persone possano trovare professioni diverse da quella agricola. Per aumentare la produttività, vengono introdotte tecnologie come robot e droni.
Durante l’epoca Maoista, ci fu un movimento di ritorno alle campagne: giovani istruiti delle città andavano in campagna per “imparare dai contadini”, contribuivano a servizi come la sanità di base (i famosi “medici scalzi”), creando un rapporto di scambio tra urbano e rurale. Oggi, si incentiva il trasferimento di giovani istruiti nelle campagne, perché siano loro a insegnare ai contadini l’uso delle tecnologie, nel tentativo di ridurre il divario tra città e campagna.
Oggi, si incentiva il trasferimento di giovani istruiti nelle campagne, perché siano loro a insegnare ai contadini l’uso delle tecnologie, nel tentativo di ridurre il divario tra città e campagna.
Questa dinamica potrebbe portare a un’infiltrazione dell’ideologia urbana nelle aree rurali, trasformando le campagne in variabili della città.

In futuro ci potrebbe essere un ritorno alle campagne?
Secondo me il trend inequivocabile, non solo in Cina ma in tutto il mondo, è verso l’urbanizzazione, perché le città offrono più prospettive di lavoro, più opportunità di ogni tipo, più divertimento, più soldi, più tutto.
Tuttavia, c’è sempre più, io l’ho anche sperimentato in prima persona nel 2011-2012, una minoranza colta di giovani e meno giovani intellettuali di città che fanno il percorso inverso, perché stufi della città, stufi di uno stile di vita basato sulla competizione, e che stanno cercando di portare il loro know-how, le loro conoscenze nelle campagne. Però quando arrivano lì, con le migliori intenzioni, devono sempre fare i conti con quelli che sono i rapporti di potere a livello locale. Come sempre in Cina, quando vai in un nuovo contesto, prima devi conoscere il territorio.
Secondo me è un fenomeno destinato in qualche modo ad accentuarsi, ma a restare comunque sempre di nicchia.
In più, il potere cinese incentiva l’urbanizzazione, non più quella disordinata delle grandi megalopoli, che devono rimanere così come sono, anzi possibilmente ridurre la loro popolazione, ma un’urbanizzazione in cluster urbani creati ex novo, anche nella parte meno popolata della Cina.
In attesa dell’evento “Urban China” di sabato 20 settembre, il 26 agosto uscirà il nuovo libro di Gabriele Battaglia “Gobi express. Un viaggio fotografico su rotaia” (edizione Mimesis), un viaggio in treno sul tratto di Transiberiana che da Pechino raggiunge la capitale mongola attraverso il deserto del Gobi. Una raccolta di fotografie, racconti, mappe per conoscere la Cina e l’Asia da un originale punto di vista.