di Carlotta Girasa

In questa intervista, che anticipa la sua partecipazione al Festival di settembre, Matteo Miavaldi decostruisce alcuni stereotipi sedimentati nella nostra percezione dell’India e ci invita a guardare oltre, provando a cogliere le principali dinamiche che hanno interessato il paese in questi ultimi anni; processi che spesso si sono rivelati di segno opposto rispetto al nostro immaginario turistico. La più grande democrazia del mondo lo è sempre un po’ meno, il paese dell’armonia interiore vede crescere tensioni e violenze, l’incredibile crogiolo di differenze culturali vira verso un modello basato sulla supremazia hindu e l’esclusione delle minoranze. Sono proprio questi temi che stanno al centro di “Un’altra idea dell’India”, il libro che Miavaldi ha da poco pubblicato con Add editore e di cui a settembre avremo modo di discutere sul palco di Villa Camperio. 

Matteo, uno degli obiettivi del tuo libro “Un’altra idea dell’India” è quello di scardinare la narrazione dell’India che si è cristallizzata negli occhi delle società occidentali. Qual è, dunque, l’idea dell’India nell’immaginario comune?

Matteo Miavaldi

Secondo me è un po’ quell’idea dell’India stereotipata, spirituale, patria del pacifismo, un’idea che fondamentalmente è stata propagata nei decenni. Dopo la morte del Mahatma Gandhi, da un lato l’India indipendente ha cercato di creare questo mito del padre della patria, che andava a rappresentare tutto il paese e a tramandare l’idea che l’India fosse un posto che aveva un rapporto particolare col pacifismo; dall’altro lato, noi occidentali ci siamo “intrippati” con la questione dell’India come destinazione per trovare se stessi, le droghe, i Beatles che vanno in India e da lì lanciano la moda in Occidente, il trail degli hippie che prendono i magic bus dall’Europa e se ne vanno fino a Kathmandu e poi in India. Infine, c’è anche tutto quel lato dell’India come paese delle contraddizioni: nonostante la povertà, sono un popolo felice. 

Il fatto di vederla così, di raccontarla in modo così eccezionale, credo che da un lato significhi proiettare su un paese quello che noi vogliamo l’India sia; dall’altra parte, questa proiezione che arriva da noi ci impedisce, credo, di capire effettivamente che tipo di paese è l’India e soprattutto che cosa sta succedendo negli ultimi anni. 

Il mio libro si concentra un pochino su questo, dopo aver fatto quell’operazione di debunking. L’India è una superpotenza, la quarta economia del mondo, è un paese con la bomba atomica, dove la violenza è estremamente diffusa, come in tutti gli altri paesi. L’India è un paese particolare, come lo sono tutti, ma è un paese che ha in comune con tutti gli altri una serie di questioni che facciamo un po’ fatica a mettere a fuoco.

Fonte: Still Pixes

Per quale motivo facciamo questa fatica?

Prendiamo l’esempio dei turisti: banalmente, non sono tenuti a sapere certe cose. I turisti vanno lì per fare i turisti. Quindi ognuno va in India con un bagaglio di conoscenze pregresse e va a cercare quelle cose che gli sono state promesse. Uno va in India per vedere gli elefanti, per vedere i colori, i sapori, le spezie, i profumi, i mercati, e se uno non ha la spinta per andare a mettere a fuoco altre cose, che sono estremamente manifeste, torna a casa avendo capito poco del paese dove è stato. È più un problema per le persone che raccontano l’India al di là del turismo, cioè la stampa, i libri: guardare l’India con degli occhi meno trasognati e un pochino più analitici ci permette di capire meglio che cosa sta succedendo.

Perché quello che sta succedendo è estremamente importante e quindi se ce lo perdiamo, ci perdiamo da che parte sta andando il mondo. Banalmente, questo è un dato, ma potrei dirne altri mille, in India vive una persona su cinque del pianeta Terra. Se noi pensiamo di appiattire tutte quelle persone su un’idea pregressa che abbiamo di un paese, senza andare a scardinarla, stiamo facendo un torto a un miliardo e mezzo di persone e anche alla nostra intelligenza.

Potresti allora spiegare che cosa sta succedendo effettivamente in India?

L’India è entrata in una fase in cui sta riuscendo effettivamente a fare quello che per gran parte della sua storia ha voluto fare, cioè diventare una superpotenza. I segnali ci sono, nel senso che di nuovo l’India l’anno scorso ha superato la Cina come paese più popoloso al mondo: un miliardo e mezzo di persone più o meno. Quest’anno dovrebbero fare il censimento, quindi avremo dati più precisi.

È uno dei paesi più giovani della terra, ha un’età media di 29 anni, il che significa che è pieno di gente in età da lavoro che potrebbe contribuire a una crescita economica sostanziale.

È la quarta economia del mondo, presto sarà la terza e supererà la Germania. È tra le principali economie della Terra e quella che è cresciuta di più: l’incremento del PIL è stato più vigoroso, superiore al 5% negli ultimi dieci anni, in cui c’è stato di mezzo anche il Covid. Inoltre, c’è un dato politico estremamente interessante, cioè che ininterrottamente dal 2014 governa l’India una forza politica conservatrice di destra, il Bharatiya Janata Party, e a sua volta Narendra Modi, il primo ministro.

Modi governa ininterrottamente da 11 anni, ha vinto tre elezioni nazionali consecutive ed è una forza politica che ha un obiettivo: oltre a fare dell’India una superpotenza, farla diventare quella che gli ideologi del nazionalismo hindu chiamano una Hindu Rashtra, cioè una nazione hindu, un paese dove gli hindu sono un pochino più cittadini degli altri, dove il governo è in mano agli hindu, dove le leggi le fanno gli hindu. Tutti gli altri che non si riconoscono nell’identità hindu, che il governo vuole sovrapporre all’identità indiana, possono fare due cose: o decidono di rimanere in India e di diventare in qualche modo cittadini di serie B, oppure possono andarsene da un’altra parte. Ad esempio, per la popolazione musulmana (l’India, con 250 milioni di persone, è il secondo paese musulmano al mondo dopo l’Indonesia) significa andarsene in Pakistan, e ciò è esattamente il contrario di quello che si era prefigurato all’indipendenza nel 1947.

Fonte: Ishay Botbol

 Il partito in tutto questo tempo sta riuscendo in questa sua opera?

Sì, per quanto riguarda l’obiettivo economico, ci sta lavorando. Ovviamente è una strada impervia perché l’India rispetto ai competitor principali della regione, cioè la Cina, deve ridurre un gap infrastrutturale importante e deve dotarsi di tutti gli strumenti della modernità e all’avanguardia. Il governo indiano sta investendo enormi somme per rafforzare l’architettura logistica del paese: più strade, più ponti, più centrali elettriche; stanno cercando di preparare l’ossatura per una spinta economica che dovrebbe arrivare.

La cosa preoccupante è che anche l’altro obiettivo, quello di creare una Hindu Rashtra, sta proseguendo, anche più velocemente rispetto alla crescita economica.

Narendra Modi la prima volta che si è candidato, nel 2014, aveva detto all’elettorato indiano e agli osservatori internazionali, che era l’uomo forte che serviva all’India per diventare una superpotenza, per fare il grande salto. Il punto è che Narendra Modi arriva da una formazione estremista hindu che ha come obiettivo, ripeto, quello di far dell’India un paese di hindu per hindu governato da hindu.

Nelle varie elezioni che ci sono state la questione del nazionalismo hindu è sempre stata più manifesta,, nel senso che la destra hindu, attraverso la figura di Modi al governo, ha iniziato a penetrare tutti gli aspetti della società indiana e, soprattutto, dello stato indiano. Ci sono estremisti hindu che sono alla Corte Suprema, dirigono giornali e telegiornali, dirigono le università, sono a capo di ministeri, decidono i syllabus dei libri di storia, gestiscono grandi operazioni culturali, distribuiscono premi letterari; è il lavoro culturale che stanno cercando di fare a discapito da un lato della minoranza musulmana e anche della minoranza cristiana, ma soprattutto contro tutti quelli che non la pensano come loro, per esempio i giornalisti indipendenti, che negli ultimi anni vengono arrestati a un ritmo molto più sostenuto rispetto al passato, e gli intellettuali. Non si può criticare il governo, non si possono dire determinate cose e questo sta avendo come conseguenza il fatto di minare i fondamenti democratici su cui l’India era stata costruita e che per decenni è valso uno stato effettivo di eccezionalità dell’India nel mondo: un paese di un miliardo e mezzo di persone governato in modo democratico. Quello indiano è un esperimento unico e quella era anche una cosa che piaceva a noi occidentali. Tutte le volte che parliamo dell’India diciamo che è la più grande democrazia del mondo, la superpotenza indiana è quella per cui noi facciamo il tifo, perché sono democratici, perché sono più vicini a noi. Il fatto è che le persone dentro all’India e alcuni osservatori internazionali molto autorevoli ci stanno dicendo da qualche anno che l’India si sta allontanando dall’idea di democrazia e si sta avvicinando a un’idea autoritaria della gestione del potere.

Fonte: Narin Chauhan

Riassumendo, quali possono essere gli elementi da tenere in considerazione per leggere le dinamiche dell’India contemporanea?

Dobbiamo pensare sempre che il governo indiano in questo momento sta cercando di cambiare radicalmente che cosa vuol dire essere indiani. È un tema centrale, non solo aritmeticamente perché interessa un miliardo e mezzo di persone, ma anche perché è proprio l’architrave su cui si è costruita tutta l’idea dell’India da quando era indipendente.

Nel 1947, quando l’India è diventata indipendente, i padri della patria, Mahatma Gandhi, tutta la dinastia Gandhi, Jawaharlal Nehru e tutti i grandi nomi dell’indipendenza indiana, avevano costruito l’India con l’idea di farne un grande paese dove tutti potessero sentirsi a casa, indipendentemente dal ceto sociale, dalle lingue, dalla religione, dal genere. Doveva essere un grande esperimento per mantenere all’interno di un unico grande stato tutte le diversità. Un motto molto famoso di Nehru dice “unity in diversity”, ovvero riuscire a stare insieme mantenendo le differenze di ognuno. Per l’epoca era una cosa immaginifica: guardando storicamente quello che succedeva intorno era di segno opposto, prendiamo la Cina: diventava indipendente due anni dopo e si proponeva un progetto contrario. Fece una dittatura in cui tutte le differenze venivano piallate, stop a tutte le lingue locali, si parla solamente il cinese mandarino. 

Adesso invece al posto di questa identità indiana se ne vuole installare un’altra: essere indiani significa essere hindu. E questa idea è un progetto politico che l’estremismo hindu ha in mente da un secolo. Quest’anno, si festeggia il centenario di un’organizzazione di estremismo hindu che si chiama, Rashtriya Swayamsevak Sangh, o RSS. Savarkar inventa il concetto di hindutva che significa induità cioè l’India deve essere hindu. Quando nel 2014 Narendra Modi vince le elezioni, l’estremismo hindu festeggia il campione del nazionalismo che stavano aspettando da quasi un secolo. È la persona che può finalmente trasformare in realtà un “sogno”. La questione, oltre a complicare la vita delle minoranze, a cascata potrebbe diventare un problema più grande, perché la domanda che ci dobbiamo fare come comunità internazionale è: che cosa succede se un paese di un miliardo e mezzo di persone democratico vira e diventa l’ennesima dittatura in Asia? Una dittatura che è al contempo anche una superpotenza economica? Siamo proprio sicuri che il fatto che l’India diventi una superpotenza a noi ci faccia gioco? 

Dovremmo osservare quello che succede e capire le traiettorie storiche che il paese sta prendendo, mentre io osservo che con l’India stiamo andando sempre più in automatico. 

Ci sono tanti esempi nel libro. Una cosa che mi colpisce sempre molto è che quando Narendra Modi va all’estero, la prima cosa che viene detta è: “Il mio amico, sono molto felice che sia qua il mio amico Narendra perché lui rappresenta la più grande democrazia del mondo”. Questa cosa la diciamo noi occidentali. Le persone che stanno in India, invece, stanno dicendo attenzione perché Narendra Modi e il suo gruppo politico stanno mettendo a repentaglio la democrazia, stanno cambiando quello che siamo. 

Cerchiamo di rimanere attaccati a un’idea di India più aperta, non perfetta, perché anche l’India di prima non lo era, ma sicuramente era meglio di quella che si sta costruendo da dieci anni a questa parte.

A livello di politica internazionale, c’è  preoccupazione riguardo a questi fatti?

Tu hai mai letto qualcosa in qualche giornale in Italia che dice cose di questo tipo?

Per dire, questo lo dico sempre nelle presentazioni e anche nel libro, io ragiono per un pubblico italiano; ovviamente fuori dall’Italia le cose sono diverse: esiste una diaspora indiana molto florida nei paesi anglosassoni, quindi queste cose vengono raccontate molto meglio, i grandi giornali anche internazionali hanno delle posizioni un pochino più critiche rispetto all’India. Io non sto dicendo che noi dobbiamo criticare l’India, io sto dicendo che dobbiamo osservare quello che sta succedendo e non andare a memoria.

L’India sta cambiando, dobbiamo rendercene conto e quindi prendere le misure di questo cambiamento. Dobbiamo renderci conto di quello che succede, perché se cambia il paese più popoloso del mondo, è una questione che riguarda tutti.

Fonte: Wikimedia

Alla luce di questi cambiamenti cosa ci si può e ci si dovrebbe aspettare dall’India, se si può prevedere?

Non si può prevedere, nel senso che prevedere non è il lavoro dei giornalisti, è sempre meglio non farlo per non incorrere nel problema di aver detto una cosa e di essere sbugiardati, come spesso succede. La crescita economica sembra solida. Ci sono ancora tanti aspetti da tenere in considerazione, ma sicuramente l’India è destinata a giocare un ruolo di primo piano nelle cose del mondo; già per certi versi lo fa, lo fa molto meno di quello che dice, ma in generale la traiettoria è quella che l’India vuole diventare un paese che conta a livello internazionale.

Il punto è che lo sta facendo mentre all’interno del paese sta perseguitando attivamente una serie di gruppi sociali; l’esempio madre per me è quello musulmano. Se fermi dieci persone per strada e gli chiedi le prime cinque cose che vengono in mente dell’India, nessuno dice musulmani; eppure l’India è il secondo paese musulmano del mondo. Sono 250 milioni di musulmani che si sentono indiani e che, secondo le regole del 1947, hanno tutto il diritto di sentirsi indiani.

Negli ultimi anni inizia sempre di più a serpeggiare un’idea tipica dell’estremismo hindu: se sei musulmano non puoi essere indiano, perché gli indiani sono hindu e i musulmani non appartengono al territorio indiano. Questa idea sta venendo travasata all’interno del governo e dello stato: ci sono dei movimenti che stanno cercando di rendere più complicato riconoscere la cittadinanza a indiani musulmani. Stanno mettendo in dubbio il fatto che un musulmano possa continuare a dirsi indiano e possa continuare a vivere in India.

Questo è un problema di magnitudo enorme, perché, numero uno, interessa 250 milioni di persone, e numero due, l’India è circondata da paesi musulmani. L’India sta in qualche modo gonfiando il petto, esercitandosi in una retorica ultranazionalista al proprio interno. Fuori questa cosa viene vista relativamente. Faccio il giornalista e mi risulta abbastanza chiaro che, in un momento in cui c’è guerra in Medio Oriente, in Ucraina, ec, andare a vedere cosa succede ai musulmani indiani non è esattamente una priorità, eppure è qualcosa di importante a cui bisogna prestare attenzione.