Il turismo è diventato un fenomeno importante per tutto il mondo: è globalizzato e locale,  strutturale ed effimero, fattore di sviluppo e di sfruttamento, sogno o incubo. E’ cosi? Lo chiediamo ad Alfredo Somoza, uno dei massimi esperti del settore, ospite del Festival delle Geografie di Villasanta sabato 17 settembre.

D: Il turismo ha conosciuto decenni di “crescita crescente”, diventando da un lato fattore di crescita (effimera?) per molti paesi (v. Sri Lanka) e, dall’altro, configurandosi come industria pesante dal fortissimo impatto ambientale. Nel turismo di massa non c’è nulla di leggero: grandi navi di crociera, sviluppo immobiliare spesso disordinato, aumento esponenziale di rotte e viaggi aerei, traffico automobilistico, svuotamento di abitanti e affossamento del commercio di prossimità nei centri storici a favore di affitti turistici, omologazioni culturali e di gusto… Inoltre, nel turismo di massa, pare svanire il concetto di viaggio come curiosità verso altri luoghi, persone, lingue, cibi, culture. Spesso si va cercando, a 9 ore di volo, persone, cibi, merci di casa nostra. La pandemia COVID-19 ha attenuato la dinamica “turistica” che, però, pare in forte ripresa. Puoi darci qualche dato che ci segnali anche la distribuzione del PIL turistico (in quale tasche/paesi va)?

R: Molti paesi africani, caraibici e africani hanno avuto una grande fretta di riaprire dopo la pandemia (e anche durante), perché il turismo di massa, soprattutto quello in cerca di mare e sole, rende questi Paesi simili a organismi assuefatti alle droghe pesanti, che passano dal danneggiarsi assumendo droga allo star male per l’astinenza. Per molti di essi il turismo è stato negli ultimi decenni il toccasana che consentiva di incamerare valuta forte e, in questo modo, di mantenere basso il disavanzo pubblico, ottenendo tassi di interesse contenuti al momento di rivolgersi al mercato internazionale dei capitali. Questo in aggiunta, ovviamente, all’occupazione generata dal settore, importante per le casse pubbliche in quanto si tratta di personale in regola e di imprese che fatturano regolarmente e, quindi, versano al fisco.

Ecco perché l’industria turistica di massa nei Paesi emergenti è così importante e, al tempo stesso, devastante nei suoi impatti. Crea seri problemi ambientali e sociali, introduce dinamiche esogene sul costo di merci e servizi, opera quasi senza vincoli né controlli. Il turismo, in queste situazioni, non genera processi di reale sviluppo e non viene pensato come opportunità di crescita delle comunità locali, ma solo come “salvadanaio” degli Stati. Che, dunque, chiudono gli occhi davanti allo scempio ambientale o all’imposizione di condizioni di lavoro intollerabili pur di far continuare il flusso di turisti, considerati solo come portatori di valuta forte. Si tratta di una situazione che si presenta uguale a sé stessa fin dalla nascita turistica di queste destinazioni, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, senza che si sia mai veramente cercato di porre dei correttivi.

Il turismo continua a vivere un’enorme contraddizione: genera risorse gigantesche, seconde solo a quelle del settore manifatturiero, ma viene considerato un’attività quasi marginale, finalizzata a tappare buchi dei conti pubblici. Il PIL turistico di conseguenza è fortemente sbilanciato a favore delle multinazionali che fanno tour operating oppure accoglienza alberghiera, gli Stati, i lavoratori del settore e la popolazione in generale che sopporta gli impatti. Un pacchetto turistico tutto compreso acquistato da una qualsiasi catena europea ad esempio, lascia nel luogo dove avviene la vacanza non oltre il 25% del prezzo pagato. Per questo per molti paesi il turismo è stato più un problema che una risorsa.

D: Il turismo di massa contiene in sé anche un valore positivo: la possibilità per quasi tutti di andare in vacanza, di viaggiare. Questa componente democratica come può “sposarsi” con l’esigenza di attenuare gli effetti negativi su ambiente, luoghi e persone? Quale modello alternativo può, almeno affiancare, il turismo “predone” e quello di extra lusso d’élite? Turismo responsabile, turismo di prossimità, turismo “di curiosità”?

R: Verissimo, non bisogna mai cadere in un approccio elitario, che indirettamente rimpiange i bei tempi in cui solo i ricchi viaggiavano. Il turismo è un diritto del cittadino, addirittura codificato come tale in paesi come la Francia. Ma l’innegabile beneficio derivante dal fatto che anche chi è povero può fare esperienze turistiche, dovrebbe obbligarci a fare una riflessione sugli impatti che invece non è mai stata fatta.

Il turismo di massa oggi ha una doppia valenza, da un lato sancisce il diritto al turismo, dall’altro rende i turisti un’onda d’urto che si scaglia contro luoghi naturali, città d’arte, località della movida.

Le alternative non sono nemmeno facili da trovare, anche perché non è pensabile “imporre” un modello piuttosto che un altro. Quello che sì andrebbe fatto è una seria regolamentazione dei flussi turistici, dei luoghi di visita, anche ipotizzando il numero chiuso ma non in base a quanto si è disponibile a pagare per apprezzare un bene.

L’overtourism è ormai una piaga nelle città europee toccate dalla crocieristica, come Lisbona, Barcellona o Roma. Lo stesso si può dire di tante destinazioni di natura.

Sarebbe compito dell’Organizzazione Mondiale del Turismo aprire un tavolo tra governi e operatori per stabilire delle regole generali. Se chi vive di turismo non pensa a tutelare i luoghi del turismo e le relazioni con la comunità locale, saranno i turisti stessi a far fallire l’industria turistica perché insostenibile.

D: Quando è stata usata per la prima volta la dizione “turismo responsabile”, quando in Italia? Sembra un fenomeno in crescita per numero di turisti e tour operator, soggetti che, come conseguenza virtuosa, consentono lo sviluppo di piccoli operatori locali: alloggi, ristorazione, produttori agricoli, artigiani, guide, musei, ecc. E’ così, è quantificabile?

R: L’aggettivo “responsabile” appare per la prima volta negli anni ’80 nel mondo dell’associazionismo del Nord Europa. In Italia apparirà durante i Forum del turismo del terzo settore degli anni ’90, dal quale nel 1998 nasce AITR. Il primo documento italiano (“Turismo Responsabile: Carta d’Identità per Viaggi Sostenibili”) conterrà i due aggettivi. Questo perché a quei tempi, il turismo sostenibile era esclusivamente quello attento all’ambiente, mentre con l’aggettivo “responsabile” si voleva segnalare l’attenzione per la sostenibilità ambientale, ma anche per quella socio-economica e culturale. Alla fine, sarà l’OMT (Organizzazione Mondiale del Turismo) nel 2005 a utilizzare l’aggettivo “responsabile” intendendo esattamente quanto diceva il Terzo Settore da 20 anni prima. In Italia il turismo fatto secondo le modalità del turismo responsabile, definite nelle Carte di AITR (www.aitr.org), è molto cresciuto rispetto agli anni ’90, ma soprattutto si è arricchito di tante esperienza in Italia, che resta il paese europeo con la più vasta offerta di turismo responsabile. Si va dai viaggi organizzati all’estero, alle esperienze di natura o di comunità in Italia, all’accoglienza sostenibile. Il turismo responsabile è anche cooperazione internazionale, cultura del viaggio e formazione. Non è facile quantificare quanti turisti usufruiscono di queste modalità di viaggio, ma se calcoliamo l’insieme dell’offerta europea, soprattutto includendo Francia e Germania, siamo sull’ordine di qualche decina di migliaia di turisti all’anno all’estero e qualcosa di più in Europa.

D: Per sgombrare il campo da equivoci possiamo dire che non c’è nessun intento “penitenziale” nel turismo responsabile ma che si tratta di vere e proprie vacanze, con proposte diversificate capaci di venire incontro a gusti, interessi, durate e budget diversi? Vacanze divertenti, in cui si vedono cose e luoghi belli, si incontrano persone interessanti si assaporano cibi e bevande e si lasciano risorse alle comunità locali

R: Il turismo responsabile è turismo tout court. Da non confondere con i campi di lavoro, il volontariato e altre forme di viaggiare ma senza scopi turistici. Il plus del turismo responsabile rispetto all’offerta standard è dato dalla possibilità di vedere cose “vietate” ad altri organizzatori. E questo perché il legame con la comunità locale permette di portare in sicurezza turisti in zone non battute. Poi la possibilità di condividere un momento della vita di una comunità locale e se vogliamo, la consapevolezza che con quel viaggio si sostiene una comunità locale e si finanzia un progetto che si conoscerà di persona.

Il turismo responsabile è un turismo che praticamente a parità di costo rispetto a offerte simili, offre un “pacchetto” di emozioni e di luoghi e persone da conoscere che l’offerta turistica dozzinale ignora. Favorendo la gastronomia locale, i mezzi pubblici, l’accoglienza in piccole strutture. Oltre ad essere un consumo consapevole che fa bene alle persone e ai paesi che conosceremo.


La foto di copertina è di Ron Lach da Pexels